Pedrotti – anno di fondazione 1901 – è una delle realtà più interessanti e di lunga data della spumantistica trentina. Celebrati da Veronelli, i Pedrotti sono giunti alla terza generazione di “chef de cave” e godono di una fama assai meritata sulle vecchie annate. Intanto perché sono stati fra i pochi vignaioli a mettere da parte delle cataste di bottiglie quando tutti vendevano tutto senza farsi troppi problemi; eppoi perché la “cave” di Pedrotti sta in un vecchio bunker asburgico della Prima Guerra che non ha mai funzionato per il suo scopo principale (fortunatamente), ma che si è dimostrato perfetto – per temperatura costante, umidità, religioso silenzio – a far evolvere lentamente fior di metodo classico.
E quando ancora non c’era il Trentodoc, ma solo la splendida intuizione di Giulio Ferrari, poi seguita da Leonello Letrari e dai suoi quattro partner dell’Equipe 5 e da un piccolo manipolo di audaci sperimentatori, in Pedrotti le cataste crescevano. Bene per noi, dato che l’ultima giornata di “Bollicine sulla Città” (l‘annuale festival del Trentodoc che coinvolge la città atesina) ci ha permesso – grazie alla “manica larga” dell’Enoteca di Palazzo Roccabruna– di mettere mano al millesimo 1988 della Riserva Speciale “Italo Pedrotti”, padre di Paolo e nonno della nuova generazione al lavoro: Donatella e Chiara.
Il millesimo 1988 – a ventinove anni dalla vendemmia – è un blend di chardonnay (al 90%) e pinot nero. La sboccatura di questa bottiglia è del novembre 2009, quindi non proprio recentissima, e questo faceva presagire più di una difficoltà. Anche lo stato del tappo sembrava indicare che il tempo aveva preteso il suo pedaggio.
Nel bicchiere, invece, già il colore è una piacevole sorpresa. Deluso chi si aspettava riflessi scuri e scarsa limpidezza: il colore è infatti ancora di un bel giallo brillante con una spuma ancora molto vitale e persistente. Al naso non ci sono note stonate: una gradevole sensazione ossidata, cedro candito, brioche, profumi di nocciola e frutta secca. Alla cieca sarebbe facile scambiarlo con uno champagne dalla liquer d’expedition dall’alto contento alcolico per sviluppare proprio questa nota evolutiva. Il palato è molto netto, non ci sono incoerenze col naso, torna la frutta candita, note di maturazione dello chardonnay con frutta secca e resta – incredibile – una bella spalla acida che promette ancora altri anni senza lasciar cadere il vino. Il palato resta un po’ corto. E’ invitante ancora alla beva e, perché non sia un sacrilegio, l’unica raccomandazione per chi riuscirà a mettere le mani su una bottiglia di questa annata è di far onore ai Pedrotti e di berla tutta, senza sprecarne nemmeno un mezzo bicchiere.
Chi cercava conferme sul potenziale della spumantistica trentina qui ne trova a bizzeffe. Come sempre, siamo debitori di Palazzo Roccabruna: stupendo modello di marketig territoriale operativo e non di facciata la cui cantina è degna del principe-vescovo che proprio da queste mura guidava la città del Concilio.

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