(di Carlo Rossi) Italia che vai, vino che trovi. Un luogo sicuramente da visitare dopo il lockdown. L’Abruzzo evoca già magia . Tra montagna e mare, una terra accogliente, un tempo d’emigrazione. Incuriosisce questa unica interpretazione di un vino a torto ritenuto “non dignus” nel passato. Questo Montepulciano Riserva che Francesco d’Onofrio, rappresentante di una delle più belle famiglie aprutine, mi invia come campione di botte della vendemmia 2014, per un assaggio di prospettive. L’enologo è Vittorio Festa, grande appassionato di tradizione ed innovazione, che mi racconta di questa sottozona, Terra dei Vestini, come un unicum anche per via della sostenibilità. Un esempio, una case history di successo.  

L’azienda produce i vini della tradizione grandi e profumati Coccociola, Pecorino, Passerina, ma anche Montepulciano e pinot Grigio, Trebbiano d’Abruzzo, vini delle colline pescaresi Igt e interessanti metodo classico tra vigneti in altura, a settecento metri di quota. Una terra bellissima tra la Maiella ed il mare Adriatico dal quale dista meno di un’ora. Si vendemmia ad autunno inoltrato, quando la mattina presto la rugiada abbondante rende difficoltose le operazioni. Bella questa prova di botte di un nettare che assaggiamo nel mezzo del suo cammino, dato che il massimo d’espressione viene collocato tra dodici e quindici anni.

Marchesi De’ Cordano è prima di tutto Francesco d’Onofrio, spumeggiante ambasciatore classe 1978 di una azienda che si sviluppa dalla sommità di un colle a 307 metri di quota in quel di Loreto Aprutino, uno dei borghi più belli d’ Italia, su cinquanta ettari articolati in ben sette tenute. Un vino che va in tutto il mondo “e che racconta della nostra ambizione di coniugare tradizione, innovazione ancorandoci saldamente al bene più prezioso che abbiamo, il nostro territorio. Un vino fatto da genti fiere ed operose, che ti accolgono a braccia aperte e che ti fanno sentire immediatamente a casa” mi racconta Francesco. “Mai la tecnologia , rimontaggi o batonage, lieviti autoctoni piuttosto che follature sventrano il territorio” mi dice Vittorio Festa. Le uve appena raccolte vengono infatti delicatamente separate. Questo per mantenere anche intatta la grande sostanza fenolica e di antociani. Importanti sono le glicerine che evidenziano nel bicchiere ampi archetti, simili a volte a botte di navate di chiese rinascimentali. Il vino di un rosso intensissimo, ai limiti del nero del gelso. Nel bicchiere che lo accoglie esprime già una evidente mineralità che lo caratterizza e ne rende più scorrevole la beva. Regale, un vino con le curve, e diritto allo stesso tempo, proprio perché in evoluzione. Al profumo vengono nuances di sambuco e bergamotto, note floreali che con l’andare dell’apertura virano in note calde di cioccolato, mandorla ed arancia tarocco. Finale pulente di liquirizia e note balsamiche, ovviamente spezie, caffè e tabacco. Dopo un breve appassimento in vigna, permanenza di 20-22 giorni sulle bucce con rimontaggi all’aria, poi decantazione statica in botte grande. Successivo affinamento in botti da cinquanta ettolitri per dodici mesi ed un ulteriore anno in barriques. Infine altri dodici mesi permane in bottiglia, nella quiete del silenzio. La densità dell’impianto è inferiore alle 1600 piante per ettaro, il metodo di allevamento è il tendone mentre la prima annata in bottiglia è stata il 2007 per un vino prodotto in appena 6600 bottiglie.

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