E’ un Pinot Grigio Ramato del Friuli il miglior Rosé Italiano: per l’esattezza, l’unica medaglia d’oro portata a casa nel recentissimo, londinese, “The Global Rosé Master” di The Drink Business è il friulano Fantinel, PG Ramato 2019 . Per il resto le medaglie d’oro sono state in larghissima parte  appannaggio della Francia: 21 Gold che si aggiungono agli otto Master, con Spagna, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito a raccattare le ultime medaglie d’oro rimaste.

Come regioni produttive, in grande spolvero la Provenza, ovviamente, con un’incursione della Borgogna, di un paio di Champagne e della Linguadoca- Roussillon – su tutti, il grande Gèrard Bertrand – che si afferma anche nella fascia di prezzo più delicata, ovvero sopra le 15 sterline a bottiglia con puntate anche oltre le 30 e le 50£. Non male, davvero. Il concorso di TDB è infatti molto attento al prezzo (l’approccio mercantile tipicamente anglosassone è perfettamente rispettato e aiuta non poco gli operatori locali cui il concorso è indirizzato come guida operativa al business: un’attenzione da prendere in considerazione anche da noi Italiani). La nuova spumantistica inglese porta a casa una medaglia d’oro con una realtà nota anche da queste parti – Gusbourne Estate del Kent col Rosé  Brut 2016 – che affianca un colosso del calibro di Nicolas Feuillatte (Gold con un NV, Master con il 2008 Palmes d’Or).

Stupisce, in questo quadro, il magro risultato italiano: Fantinel a parte, incassiamo soltanto medaglie d’argento o di bronzo, al pari di Turchia, Grecia, Cile, Australia e Portogallo. Un po’ poco per i nostri portacolori che, soprattutto nelle bollicine e nel metodo classico in particolare, negli ultimi anni erano riusciti a chiudere un po’ la forbice coi cugini. Invece, pochissimo spazio a Chiaretti, Rosati (provenienti un po’ da tutte le regioni). Il che fa pensare: certamente avrà pesato il fattore partecipazione, ma il gap al palato resta evidentemente significativo.

Chi non ama i concorsi enologici usa diverse argomentazioni per giustificare la propria opinione: che i concorsi non vedono in competizione tutti i vini prodotti; che i giurati o sono troppo poco professionali oppure troppo chiusi nell’accademia; che i campioni in qualche modo si conoscono bene o male; che le regole variano troppo, alcune sono lasche altre rigidissime; che i giurati premiano i vini del proprio Paese ecc ecc Per esperienza so che è talmente grande la scocciatura di mettere in piedi, e/o presiedere, un concorso internazionale che, alla fine, ti passa anche il pensiero di aiutare qualcuno, a parte il tuo palato. Resta così il fatto che al primo concorso internazionale Fantinel ha salvato i nostri Rosati, con un vino dalla grande tradizione. C’è da riflettere, direi.

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