(di Elisabetta Tosi) Con i suoi 30.084 ettari di vigneti bio, la Sicilia è la prima regione italiana per superficie biologica, grande tre volte quella del Veneto e il doppio di quella toscana. Per posizione geografica e per sue caratteristiche ambientali si presenta come un’area “naturalmente” sostenibile, e proprio questo suo primato ha indotto la regione a riflettere sulle sfide indotte dal cambiamento climatico e sulle strategie da adottare per rispondere ad esse. Per fare il punto sulla situazione la Fondazione SOStain Sicilia ha promosso in questi giorni ad Alcamo “Sostenibilità e percorsi virtuosi”, un incontro-studio con alcuni protagonisti della filiera vitivinicola regionale, incentrato su diversi tavoli tematici che hanno declinato il tema sostenibilità nei suoi principali aspetti: in vigneto, in cantina, sul mercato.

SOStain è la fondazione del Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia e di Assovini Sicilia che ha tra i suoi obiettivi la promozione dello sviluppo etico e sostenibile nel settore vitivinicolo siciliano: un intento che sperano di raggiungere indirizzando le cantine verso la misurazione delle pratiche agricole, in modo da arrivare a ridurne il più possibile l’impatto sul territorio. “SOStain é un ente no profit, un gruppo di aziende che da anni lavorano insieme alla ricerca di soluzioni condivise e azioni unitarie per migliorare la regione – ha esordito Alberto Tasca, presidente del gruppo – Non si tratta più solo di coltivare la vite. La sostenibilità dev’essere intesa come un metodo multidisciplinare di studio, di conduzione della vite e di gestione delle aziende che si basa sulla misurazione e la collaborazione con il mondo accademico e della ricerca. E’ una visione d’insieme che comprende tutto”.

Custode di un disciplinare di certificazione basato su 10 requisiti minimi in continua evoluzione, la Fondazione è dotata anche di un comitato tecnico operativo che rileva i fabbisogni delle cantine e chiede al mondo della ricerca di trovare soluzioni ai problemi più urgenti. Il disciplinare si basa su alcune best practices (come il divieto del diserbo chimico, l’utilizzo di materie prime locali, l’attenzione al peso delle bottiglie, l’adozione di tecnologie energicamente efficienti, ecc.) che ogni azienda può adottare con un minimo di impegno: “La sostenibilità – ha fatto presente la produttrice Arianna Occhipinti, è prima di tutto una faccenda di cuore”. Un  diverso approccio alla produzione.

L’aspetto culturale della sostenibilità è però uno dei più problematici anche sul lato del consumatore: “Nel nostro settore il consumatore ha già difficoltà a destreggiarsi tra Doc, Igt, Docg, bio, mille sigle e definizioni che vede sulle etichette delle bottiglie – ha detto Luigi Polizzi, del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali –  In questo ambito il tema sostenibilità diventa ancora più difficile da far capire, perché rientra anche nei comportamenti quotidiani: se é estraneo a questi, non sarà mai capito davvero. É un concetto che va interiorizzato: non é una questione solo pratica, ma anche ideologica, una scelta di vita”.

Ad oggi le aziende che hanno scelto di far parte di SOStain sono 32, con oltre 19 milioni di bottiglie già certificate. Ma perché un disciplinare siciliano? “Perché la sostenibilità va contestualizzata – ha detto Tasca – , Bisogna ragionare per cluster territoriali: quello che funziona in una regione, non è detto che funziona anche in altre. Ciò che ha un impatto deve essere identificato in relazione alle caratteristiche geografiche, storiche, culturali, istituzionali di un territorio”. Alla fine, il centro fondante di tutto resta l’uomo, cioè il produttore. “Credo che si debba riprendere questa dimensione: l’uomo al centro. L’ampelonauta sta nel vigneto per osservarlo, cercando di capire per poi agire – ha detto l’agronomo friulano Giovanni Bigot, ideatore dell’indice Bigot, un metodo di valutazione scientifico del potenziale qualitativo di un vigneto -. Se si rilevano precocemente i segnali di un problema si può agire in maniera preventiva e non curativa. E bisogna imparare ad agire su più fronti,  non basta fare una cosa sola”.

Pensare global, ma agire local: “Il packaging di una bottiglia di vino impatta fino al 40% sull’impronta carbonica di una cantina (carbon footprint) – ha ricordato Patricia Toth, enologa delle cantine Planeta – Per questo la Fondazione SOStain ha iniziato a lavorare su una bottiglia che nasca in Sicilia anche come materia prima. Siamo riusciti ad ottenerla grazie a O-I di Marsala, unica vetreria presente in regione. La bottiglia “Cento per Cento Sicilia” è leggera, color quercia, fatta al 90% di rottame di vetro da raccolta differenziata; le aziende che aderiscono a SOStain possono averla ad un prezzo vantaggioso”. Dall’uva alla bottiglia, insomma, tutto nasce sul posto, con risparmi di materie prime, energie, suoli. E il cerchio si chiude.

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